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giovedì, 27 aprile 2006
splinder is not the worldAutorun cambia casa ed è molto più grazioso grazie a lei.Updatate i vostri bookmarks: www.marinap.com(è ancora un po' under construction eh)
lunedì, 24 aprile 2006
c'mon...let's go...Questa sera spero che ci vedremo al Covo per il concerto delle ragazze canadesi. Io, a cose fatte, dovrei essere lì nella prima sala dopo l'entrata, con le cuffie che pendono dalle orecchie per un non-scheduled dj set.
giovedì, 20 aprile 2006
rosehip may
La Autorun one-woman-co. è lieta di informarvi che la sezione "LIFE AND LIVE" sulla vostra sinistra sotto il faccione di Jim O'Rourke è rientrata in attività. In altre parole: finalmente c'è qualcuno che vi tiene di nuovo l'agenda fissa dei concerti di Bologna e provincia. Vi ricordo che il servizio è dedicato più o meno esclusivamente agli utenti dell'Emila Romagna ed infatti ove non esplicitamente indicato i locali in questione si trovano nel nostro amato capoluogo della mortazza.
Ovviamente la mia fonte principale è la sempre on the run Italy Gig List che, aggiunta all'"affittasi ubiquità" del week-end di Polaroid dovrebbe fornirvi un quadro veramente completo di tutti i divertissements settimanali.
Se sono colpevole di omissioni o negligenze informative, fatemelo sapere nei commenti. E non dimenticate che se avete altre date o iniziative varie da rendermi note, c'è sempre la mail.
C'è da dire che più di un paio di appuntamenti sono assolutamente imperdibili: uno per tutti, la divina Vashti Bunyan ed Adem il 21 maggio al Container (ma anche su Marissa Nadler e Jana Hunter allo Zo Cafè c'è ben poco da scherzare). E chi non c'è è un black folker.
mercoledì, 19 aprile 2006
someone can see in your mind
I Built to Spill sono bravi.
Dirlo sembra ridicolo e forse non siamo più abituati ad apostrofare le band in questo modo. La bravura non è più sufficiente. Ci sono miliardi di piccole formazioni che forse non verranno mai neppure firmate che si possono definire in gamba, e migliaia delle loro canzoni che ci faranno, o ci fanno già, tremare le ginocchia. Quindi, in reverse, proviamo a modificare i termini dell'equazione:
Siamo noi che siamo bravi ad amare i Built to Spill.
Bravi, o forse no. Forse sarebbe meglio dire brave: ci vuole del coraggio per amare i Built to Spill. Ci vuole una sorta di desiderio di isolamento per intrufolarsi nelle ragnatele delle loro canzoni e persino un po' di masochismo per comprendere, o credere di farlo. E la ragione, per quanto possa sembrare, è che nessuno, e dico nessuno, come i Built to Spill parla a te di te.
La pratica dei Built to Spill, quella reiterata fino all'eccesso e portata alle estreme conseguenze, è il disancoraggio delle musica dal testo. Voglio dire: le parole, contano? Contano sempre, ma in questo caso non fanno che sfumare i colori di una tavolozza di suono che cambia con il colore del proprio cielo. E non intendo il cielo sopra la nostra testa, intendo il cielo nel nostro petto, la tinta dei peniseri che si accalcano nella scatola cranica mentre la voce di Doug Martsch sega in due le convinzioni del momento o le rafforza. La musica dei Built to Spill la si prende nel proprio cuore fino a che le partiture non sono state memorizzate nel codice della propria, ed esclusivamente della propria, sensibilità.
Quando si viene a pezzi come Going Against Your Mind le interpretazioni sono povere e fuori luogo. E quando la si canticchia ci si trova a fare un "air guitar" o a balbettare il refrain, per poi riprodurre in maniera apparentemente idiota la sequenza di note con la voce. Si potrebbe dire lo stesso relativamente all'ermetismo di capolavori come Broken Chairs, oppure di quella nuova, scintillante gemma che è Mess With Time: una guerra di riff combattuta sulle intersezioni dei propri neuroni, una volta che la cuffia dell'Ipod o di che cazzo la svuota nei propri timpani. Chi sei? Dove sei? E perchè il mondo è così pesante? Perchè fa male?
Non dico che i Built to Spill non abbiano pezzi "allegri", anche se scrivendo lo stesso aggettivo le mie dita si fermano. Conventional Wisdom suona "allegra" nel mezzo di una campagna la mattina di Pasquetta come nel buio del Covo o in una giornata plumbea. Dico che la musica dei Built to Spill, anche quando è "allegra" è struggente. E questa qualità è legata innanzitutto all'incapacità di descriverla: per quanto mi riguarda, la famosa frase di Miles Davis ("scrivere di musica è come danzare di archiettura") è stata scritta per canzoni come Untrustable.
La prova è che, negli anni, le canzoni dei Built to Spill cambiano: non restano ferme, non si cristallizzano. Ed ancora, è perchè significano in maniera del tutto differente, raccontandosi in un linguaggio fluido, liquido, cadendo sui propri vesiti come una macchia di qualsiasi cosa che di volta in volta assume una forma diversa. E questo succede, ancora, perchè certe tracce non vivono di parole, ma di amalgama sonori precisi, virtualmente scomponibili ed allo stesso tempo inestricabili.
I Built to Spill sono matematica. Sono algebra dei sentimenti e delle sensazioni. Quel tipo di cosa che ti sfida alla decrittazione, ed allo stesso tempo ti lascia incantato davanti alla perfezione di una formula che, chissà come, dà sempre lo stesso risultato: you, in reverse.
(streaming di diverse canzoni, qui)
lunedì, 17 aprile 2006
I'd like to say thank you Tender Forever @ Il Covo, Bo 14.04.06
Per me era un nuovo inizio, ma la mia prima serata al Covo dopo tre mesi - al concerto di Tender Forever che ho organizzato con tutta la passione che può solo venire dall'amore sviscerato verso un disco - sapeva troppo di fine. Ed oltre al resto, era la fine di Losing My Badge.
Forse però dovrei cominciare dall'inizio, anche se in questo periodo scrivere mi riesce quasi impossibile, come se avessi un lucchetto pesante attaccato a due giri di nylon attorno alle dita. L'inizio è la mia prima settimana a Olympia, da cui sono tornata ormai da quasi dieci giorni. Parliamo delle ore tra il 10 ed il 17 gennaio. Avevo afferrato da uno scaffale il vinile di Tender Forever ed avevo visto la signorina in questione una volta in cucina, scambiandoci giusto qualche parola. A casa, la mia coinquilina quella settimana era via, era sola. L'America era distesa sui giardini dei vicini di casa e mi faceva paura attraverso i cespugli impregnati di pioggia. Come mi pare di capire molti di voi, non ho amato subito The Soft and the Hardcore, ma un bel giorno di quella settimana l'ho messo su ed ho capito che cosa stavo cercando: "I am looking for the soft and the hardcore" era la sintesi giusta. Non se vi è mai capitato. E' stata una formula magica rivelata in dormiveglia. E so che potrà sembrare banale, ma una volta che i miei desideri hanno trovato una casa nelle parole giuste, allora mi è sembrato di essere pronta per uscire, e prendermi quello che volevo. Ora, non è che sia così facile. Mi rendo conto. Eppure arriva un punto in cui ti guardi allo specchio e ti sembra che il vento in poppa soffi nelle tue maniche, spingendoti irresistibilmente in avanti.
Tornando al punto dal quale ero partita, ovvero al concerto di Tender Forever al Covo, adesso potete capire davvero perchè ho voluto tanto che Melanie salisse su quel palco: volevo che avesse qualcosa in cambio per quel dono incommensurabile. Volevo ringraziarla e credo di averlo fatto. Ho potuto farlo solo grazie al Covo, alla collaborazione di Enzo (per il quale, sono sicura, il disco ha avuto un' importanza differente rispetto alla mia in termini qualitativi, ma simile quanto a valore) che l'ha intervistata ed ha pluri-postato in merito e grazie all'affetto, le parole ed i visi della stessa gente (qui il post della ele con qualche bella foto) che in quei tre mesi mi è mancata come se mi avessero sottratto una porzione di ossigeno da sotto al naso.
Eppure, ho provato un jet lug emotivo che mi ha intontito - come trovarsi improvvisamente in mezzo a due mondi spazio-temporalmente distanti che collassano uno dentro l'altro. Beh, sapevo che sarebbe stato così: non poteva essere facile e non lo è stato. Meno che mai mentre Melanie cantava con quell'energia dirompente ed una faccia di bronzo quasi insospettabile. Meno che mai mentre si chinava verso di noi nelle prime file e cantava: "is it fun, or is it harsh?" e pensavo che in quel momento davvero non avrei saputo cosa rispondere.
mercoledì, 12 aprile 2006
all the furniture was in the garage
Dub Narcotic Was Playin' at my House, o quasi. Volete le prove?
martedì, 11 aprile 2006
future/now
La vita di ognuno è scandita da piccoli rituali. Uno dei miei, appena torno nella città dove sono nata, è andare a cena a casa di mio padre.
Ovviamente prima di tutto andiamo a fare la spesa. Il nostro supermercato è un piccolo supermercato rionale. Mio padre che vive nella stessa casa da almeno sei anni, chiama tutti i commessi per nome e gli piace scambiarci qualche battuta. Il macellaio, Don XY, appena mi vede tira fuori delle bistecche enormi e succulente, perchè sa che mi piacciono le fiorentine molto alte. Il salumiere ci sorride. Noi giriamo l'angolo verso lo scaffale dei cosmetici e tra i banchi surgelati prima, ed i cibi per cani e gatti poi, ci avviamo verso la cassa.
Il cassiere è un ragazzo minuto, con un ciuffone alla Morrissey, due occhi piccoli e scintillanti, delle mani sempre rossastre con cui prende i cibi dal nastro, li trascina e batte il totale. Mi è sempre stato molto simpatico. Ogni tanto mi imbambolavo a contare le macchie di vari colori sul suo camice bianco, con una toppa col logo del supermercato rammendata sul taschino sinistro. Un logo poco noto.
Ieri, 10 aprile 2006, potete bene immaginare quale fosse l'argomento ricorrente delle battute tra me, mio padre ed l'equipe supermercatense.
Alla gente, ho notato nei tre giorni da che sono ritornata a casa dall'America del Presidente, piace dire che, tanto, sono tutti uguali. E' una maniera di livellare le incomprensioni politiche, specie per un uomo come mio padre (che ha tutt'altre convinzioni) a cui piace mantenere un filo sociale sottile ma ben teso con tutto il vincinato.
"Beh, allora, ci vediamo domani che tanto sarà tutto uguale". "Si, vota quello o quell'altro, sono tutti d'accordo". "Tutti mascalzoni"
Arrivati alla cassa, ieri, ho scoperto che invece il cassiere non la pensava esattamente allo stesso modo. E mentre trascinava la mia bistecca l'ho sentito dire
"Tutti mascalzoni, si, ma speriamo vinca Berlusconi"
E mentre lo diceva, con quegli occhietti furbi che mi lanciavano una sfida oltre quel ciuffo retrò, ho sentito montare dentro di me una rabbia di cui quasi mi ero dimenticata di essere capace.
Non ho smesso di provare quella stessa rabbia per tutta la sera, biascicando parolacce contro l'immagine catodica di Schifani e Ronchi, la cui espressione assomgliava spaventosamente a quella delle suore delle medie, quando si sfregavano le mani sotto la cattedra fiere di avere il coltello dalla parte del manico.
Sono andata a dormire quasi piangendo di rabbia e quando mi sono svegliata mi sono spostata al computer con quello che mi è sembrato un solo grande passo dal letto alla scrivania. Ho respirato. Ma ho pensato che, nonostante tutto, mi sarà molto difficile ridere ancora alle battute del cassiere del piccolo supermercato rionale vicino casa di mio padre.
martedì, 04 aprile 2006
the shape of my planLa notte del 10 gennaio mi sembra ieri. Ero seduta sul letto del vagone letto di un Intercity e guardavo lo scenario di un'Italia che mi lasciavo dietro mano mano che la carrozza macinava il suono delle ruote sui binari. Piangevo. E mi dicevo che era l'ultima volta, almeno per i prossimi quattro anni - che a quattro anni di nomadismo compulsivo dovevano seguirne almeno altrettanti di stasi. La mattina del 7 aprile sembra già domani. E' capitato, per una coincidenza un tantino sadica della sorte, che non abbia mai passato tante ore a lavorare nella vecchia chiesa sconsacrata della K, quante ne ho passate nell'ultima settimana. Calvin si è svegliato con un grande progetto e da vero Scorpione ci ha messi sotto il torchio della sua Idea. Ne consegue che ho davvero poco tempo per piangermi addosso e pensare a quanto sentirò la mancanza dei gabbiani che volano sulla mia testa a distanza hitchcockiana, o della colazione del sabato mattina, quando ci svegliamo ed il mondo è luminoso e sempre nuovo. Non ho altri sabati da passare a Olympia. Quando mi sveglierò sabato prossimo, sarò nelle lenzuola del letto di mia madre e la casa, o il tavolo su cui adesso è seduto il mio Mac saranno stati inghiottiti dalle miglia e dal fuso orario. I contorni dei giardini dei vicini si saranno fusi nella mia mente in un immagine diversa, sfumati dei colori che la mia memoria gli vorrà dare. E nel brusio irreale degli aeroporti, l'intero viaggio di ritorno sarà ridotto a poco più di un sogno di ventiquattro ore ed archiviato nella mia testa. In ogni caso, ho imparato molte cose in quattro anni di party di "arrivederci". La prima è che a volte ci si dice davvero addio. La seconda, che è direttamente legata alla prima, è di non affezionarmi più alle persone con lo stesso slancio di sempre. La terza è che quando si mette un piede sull'aereo si è già salvi. La quarta è che la parte difficile è quella che precede immediatamente il mettere piede sull'aereo. La quinta è che la vera prova consiste nel sopravvivere alla parte che precede la parte che viene immediatamente prima di mettere piede sull'aereo. La sesta è che ne è valsa sempre la pena. La settima è che, oggettivamente, non è vero: a volte è stato inutile o interessante, altre, determinante o indimenticabile. L'ottava è che la musica non aiuta. La nona è che è inutile fingere che lo faccia. La decima è che, nonostante questo, c'è sempre almeno una canzone che fa la differenza. Frida Hyvonen - Today, Tuesday
martedì, 28 marzo 2006
dream the kind of life that you will findLeggo della primavera a Bologna e mi interrogo sulla primavera ad Olympia. Sono sicura questa che è un po' più pulita. Un po' più verde ed un po' meno arancione. Sono uscita in giardino, come tutte le mattine, a fumare una paglia con tazza fumante di caffè; e mi sono sentita ridicola, per la prima volta da che sono qui, a mettere il cappotto sopra il pigiama. Si sta bene. Ci sono degli uccelli tutti blu che si siedono sui fili della luce, degli scoiattoli grassi che prendono cose da terra con le loro manine (qualche tempo fa c'erano un paio di procioni che mi fissavano) ed il sole che brilla sul barbecue abbandonato. Sono un po' triste. In ogni caso parlare della primavera è niente altro che una scusa per farvi ascoltare LA - mia - canzone della nuova stagione, una ballata che combina una sorta di country alla Carter Family con il brivido folk-lirico di una voce che canta dell'amore eterno. Loro sono i Lavender Diamond di Becky Starck. E dal self-released EP The Cavalry of Light (da comprare), questa è In Heaven There is No Heat.
mercoledì, 22 marzo 2006
seeing you on far off stages (Morrissey @ Austin Music Hall, 17.03.06)
 Assistere al live di un'icona vuol dire necessariamente accettare di condividere il palco con migliaia e migliaia di persone. Loro trepidano esattamente come te e la loro ansia non è meno dignitosa della tua. Anche loro storcono il collo perchè il loro sguardo superi il muro di teste, anche loro, proprio come te, aspettano che il loro oggetto di desiderio compaia dal buio del backstage. Ecco, però, proprio in questo tipo di occasioni mi capita di venire rapita da un fastidio irrazionale degno di Veruca Salt e volere cacciare tutti i presenti. Mi succede di pensare - tutto questo è mio, mio e basta. Chi è questa gente? Che vuole? Non può provare quello che provo io, adesso. Non può capire cosa è voluto dire per me avere quella voce tra le mura della mia stanza a prendermi la testa tra le mani stilando con dovizia un elenco di tutti i miei guai. Così, eccomi stipata nella Austin Music hall in attesa di Morrissey: l'Elvis riflesso nello specchio deformante che, meglio di chiunque altro, ha dato corpo e suono alla pena dell'essere infelici, alla pena di essere felici, alla pena di non sentire niente ed alla pena di sentire troppo. Non mi sorpendo più di tanto quando mi metto a parlare con un branco di cinque-sei chicos latinos vestiti come Johnny Cash che mi raccontano di non stare nella pelle, con una scintilla negli occhi facilmente paragonabile a quella di una donna mezza nuda sul letto che aspetta che il suo uomo si slacci i pantaloni. Mentre mi avvio il più vicino possibile alle transenne con i cinque-sei chicos latinos, mi chiedo di che tipo di miracolo si tratti: gli Smiths, fino alla decadenza beona e beata del Moz solista, sono stati capaci di canalizzare una gamma di emozioni universali ed assolutamente irriducibili ad uno, capaci di chiamare a raccolta il pubblico più eterogeneo che abbia mai visto. Tra le file vedo una quantità di indiekids occhialuti che si mescola senza battere ciglio ad un'altra generazione di ragionieri in cravatta con la ventiquattr'ore; ragazze bellissime con i culi alti nei jeans stretti che ridacchiano alle spalle di coppie sposate in cui il marito è venuto giusto per accompagnare la moglie, e difenderebbe la di lei postazione di ventesima fila (che, la capisco, è bassina) a costo della vita. Come è prevedibile, c'è un cordone di individui bellicosi per una decina di metri sotto il palco. Penetrare tra la gente, persino per me che sguscio ovunque essendo molto piccola, è praticamente utopico. Così mentre combatto coi sentimenti da Veruca Salt di cui sopra e macino righe violente dirette a tutti i presenti la cui statura oscura la mia visuale, la venue gigantesca si fa buia e si prepara ad accogliere il Moz nel suo grembo scosso al grido di "MOZ! MOZ! MOZ!". Il Re sale sul palco senza dire niente. E' vestito da Morrissey. Sapete come. E canta The First in the Gang to Die. La canzone, mi avevano detto i chicos latinos, cosa che non sapevo, è dedicata alle gang messicane che lo adorano al punto da avere fondato il suo più grosso fan club mondiale (cui i chicos appartengono). Curioso, ma neanche troppo, penso. Le prime file tremano. Segue I Will See You In Far Off Places. Segue Still Ill. Io non vedo quasi niente, la situazione è peggiorata. Non mi diverto. Morrissey si sente a malapena da dove sono, così, da vera kamikaze - ed un po' per forza di cose, che devo andare ahimè in bagno - saluto i chicos alla ricerca di una postazione migliore, di uno squarcio tra la folla. Vagabondo per un quarto d'ora, la metà del tempo con le lacrime agli occhi: i bassi e gli alti che sento appartengono alla Voce della mia vita. Sono venuta in Texas per essere qui, adesso, insomma. E, insomma, qui e adesso voglio chiudermi in bagno a frignare come ho fatto nella mia camera per anni ascoltando la Rubber Ring che tuona sotto i miei passi. Il tutto è spersonalizzante: non si riesce nemmeno a camminare perchè dovunque ci sono persone sedute, cori intonati a squarciagola, ragazzine ciacolanti. Quando Let Me Kiss You arriva comincio ad accarezzare l'ipotesi (assurda) di andare via. Su How Soon Is Now sento delle bestemmie spezzate che vengono da sotto al palco: il Moz vede la rissa, ma continua a cantare nel rispetto dei comandamenti dello show business, come una vera Star. Sono troppo piccola per l'Austin Music Hall e lui è lontano, paradossalmente molto più lontano di quanto non mi sia mai sembrato quando le sue parole venivano fuori dalle casse del mio stereo. Le sensazioni provocate dalla sua voce non mi arrivano al petto in maniera immediata: piuttosto è il contrario; passano prima per centinaia di altri cuori, lasciandomi degli eco, delle briciole. Esco prima della fine, tradendo Morrissey con un misto di colpa e soddisfazione. E sentendomi il protagonista mellifluo ed autoindulgente di una delle sue canzoni che preferisco, penso: no, I won't share you.
martedì, 21 marzo 2006
autorun gone south (by southwest)Credo sia giusto dire che il SXSW è un esperienza che qualsiasi appassionato di indie dovrebbe fare almeno una volta nella vita: attorno a me c'era un città intera in festa, ed un festival gigantesco che si teneva non su due o tre enormi palchi all'aperto tra gente sudata che non vedeva una ceppa, ma in una ventina di locali tutti più o meno esteticamente piacevoli in una Austin bella oltre le aspettative. Il che, praticamente, vuol dire coniugare semplicemente il meglio di un Primavera qualsiasi con i vantaggi e l'atmosfera di un concerto al Covo. Questi scorsi quattro giorni mi hanno lasciata con la febbre e le piaghe ai piedi, ma con un sorrisone stampato in faccia. Ho conosciuto gente indimenticabile ed ascoltato canzoni che resteranno a lungo nella mia memoria; ma siccome ci sarà tempo abbondante, se vorrete, per leggere altrove un resoconto texano compiuto, mi limito ad ad offrirvi dei tits and bits del SXSW mescolati così come, effettivamente, sono nei miei ricordi. Il simbolo (nella mia memoria, almeno): "The Owl"
Un grattacielo che guarda tutta Austin, da qualsiasi punto, costruito per assomigliare ad un gufo. Detta così sembra inquietante, ma è molto colorato e questo più che altro lo rende confortante, ogni volta che si alzano gli occhi al cielo. Il locale: Club de Ville. Normalmente, in tempi non di sxsw, deve essere un posto piuttosto chic; ed un po' si capisce anche dal nome, che lo è. Ci ho visto i Calla ed il party di Insound. La figura di merda: ce ne sono due. 1) quando mi hanno presentato al titolare della Ashmatic Kitty (marito di Liz Janes e migliore amico di Sufjan) dicendo: "Micheal, questa è Marina. Ha la foto di Sufjan sul desktop del computer ". Che nerd. 2) mi hanno presentato un tipo piuttosto rozzo e zozzo, con qualche dente d'oro. Io ho stretto la mano e mi sono girata dall'altra parte, finchè la mia manager non mi si è avvicinata e mi ha sussurrato "'ck heart prsession, heart session" nel casino dello showcase della Secretely Canadian. In realtà mi stava dicendo che il tipo zozzo e rozzo era Pall Jenkins. Una volta che la mia mente ha messo insieme volto e parole mi sono girata e ho detto a Pall: "ah, scusa, non avevo capito che eri Pall Jenkins. Non è che se non lo fossi stato ti avrei ignorato, eh". Il che sarebbe indubbiamente successo Il manzo: Aurelio Valle dei Calla, senza se e senza ma. Seguito a ruota da Peter, chitarrista degli Spider and the Webs (prossimo disco su K, esibiti allo showcase della Kill Rock Stars). Seguito a ruota da Eugene Hutz dei Gogol Bordello. La band che non cagavo e tutti mi dicevano che era fantastica avendo ragione: Serena Maneesh. Ed in qualche modo, ma un po' meno, Thunderbirds Are Now!. La band che non cagavo ed avevo ragione a non farlo: Rogue Wave, The M's. Live per cui avevo aspettative troppo alte, ovviamente deluse: WHY? La sfiga: la macchina fotografica (nuova) che si rompe mercoledì sera. Quindi non ho foto da mostrarvi e credetemi, dispiace molto più a me che a voi. Il live act più spettacolare non necessariamente in senso positivo: Gogolo Bordello. I momenti indimenticabili: diversi, a dire il vero. 1) Laura Veirs che sorride dal palco, mentre canta Magnetized.2) Stalkerare Will Sheff per raccontargli di quanto abbiamo pianto al Covo la sera della sua band, qualche mese fa - commuovendomi daccapo. 3) Essere sotto il palco del Club de Ville ascoltando The Skin of My Yellow Country Teeth e sospirare ricordando di colpo il profumo delle notti estive del 2005. 4) entrare a Waterloo, in negozio di dischi di Austin. Comprare il vinile di American IV di Johnny Cash, alzare gli occhi e rendermi conto che il quel preciso momento si sta tenendo l'in-store di sua figlia Roseanne tra cinquantenni che cantano in coro i migliori country classics. 5) tornare nella nostra stanza sabato notte e sentirmi raccontare da una delle mie compagne di viaggio (completamente sbronza) di come ha conosciuto Elijah Wood fingendo di scrivere per Tiny Mix Tapes. La circostanza imprevedibile: bere una birra in Texas con Fabio. Il live act su cui ho desiderato più fortemente che i miei amici fossero con me: Tilly and the Wall che suonano Nights of the Living Dead con gli Of Montreal alle maracas. La vecchiazza: I Love You But I've Chosen Darkness, sorprendentemente ben oltre la trentina (ascoltate According to Plan col suo basso "meccanico"). L'incazzatura: con il buttafuori di Emo's che non voleva fare entrare al live dei Chin Up Chin Up nè me nè WHY?, che fortuitamente era in fila dietro di me. E che si è incazzato più di me (perchè lui è WHY? eccheccazzo) Il live peggiore del SXSW: Chin Up Chin Up. La prima celebrità vista per strada: mercoledì sera, appena arrivata, sono inciampata in Carl Barat che strepitava apparentemente ubriaco in cockney, accompagnato dai Go!Team. Party migliore: mi spiace per l'ottimo e vippissimo party della simpatica Stereogum crew (quattro individui quantomeno originali nell'aspetto), ma quello di Insound, il mio online store del cuore, vantava ospiti ben più palatabili (Love is All, The Boy Least Likely to, Serena Maneesh, Clap Your Hands etc), barbecue e birre ben più gustose. Tutto gratis. Il live visto involontariamente due volte che non mi dispiace però, insomma: Pink Mountaintops. Due parole su di una cosa che vorrei precisare: i Clap Your Hands Say Yeah dal vivo spaccano. Punto. Se pensate il contrario a) non vi capisco b) negate l'evidenza c) il fatto che siano hype non vuole dire che facciano schifo; mi pare che secondo la normale logica delle cose dovrebbe essere un tantino the other way around. Avendo visto circa 30-35 band in quattro giorni, posso asserire con certezza che poche altre formazioni possono dire di avere "le canzoni" che hanno i CYHSY. Polemiche a parte, live impressionante. Non meno del fatto che la prima sera che si sono esibiti (io li ho visti la mattina dopo al party di Insound) avevano fatto sold out alle nove: si esibivano all'una. Il live più inaspettatamente rock: Okkervil River, ma giocavano in casa. La rottura di maroni con rispetto parlando: Au Revoir Simone. La cosa che non avrei mai pensato di fare ed invece ho fatto: andare via prima della fine del live di Morrissey perchè innervosita dai focolai di violenza sotto il palco. Il live migliore dei SXSW: Calla, che dal vivo, meglio ancora che su disco, si confermano capaci di un songwriting tondo, pieno e commovente. Ed il bello è prorio che non c'è da aggiungere altro.
mercoledì, 15 marzo 2006
autorun goes south (by southwest) Nei prossimi cinque giorni io, il mio Mac e la zona femminile della K Records muoviamo verso Austin, in Texas. La meta è il MEI mondiale delle etichette indipendenti e non, il South By Southwest. In cinque giorni almeno due centinaia di band si esibiscono in showcases dalle durate variabili, in una quantità di localini, locali e localoni cittadini che di solito ospitano, serata per serata, un' etichetta diversa. E più o meno tutti i pomeriggi si svolgono prima dei concerti (che cominciano tutti alle 8 con la prima e la più trascurabile delle band) dei party VIP o meno VIP, cioè aperti oppure chiusi. Insomma, tipo notte degli Oscar, solo, ehm. Ho passato la mattinata a studiare l'interminabile showcases schedule. La ragione quasi principale per cui ero tanto emozionata di presenziare attivamente a questo evento mostruoso era vedere i Built To Spill - ma, toh, sono scomparsi improvvisamente da tutte le scalette e non si esibiranno certamente allo showcase Warner mercoledì notte, a La Zona Rosa, come era programmato da mesi che succedesse (ed annunciato anche sul loro nuovo, agghiacciante sito). Si mormora di uno show segreto, è vero. Peccato che proprio essendo segreto, io non abbia idea di dove sia, o quando. Ad ogni modo. Questo è il progetto concertistico che io seguirò, in linea molto di massima. Non ho idea delle distanze tra locali (anche se mi si dice che il bello dell'evento è proprio il fatto che sia tenuto tra quattro strade in croce) e le file per entrare nelle venues pare siano inumane. In molti casi, dunque, elenco solo idealmente quello che ho scelto di vedere, ma che perderò almeno al 50% non essendomi stato ancora concesso il dono dell'ubiquità. Se scorrendo il programma - ammesso che non veniate colti dall'attacco di asfissia che ha colto me - notate tra le quattordicimila band qualcuna che pensate sia assolutamente imperdibile e possa essermi sfuggita dal programma e dagli ascolti, mi farebbe davvero piacere che me lo segnalaste. Per forza di cose nella scelta mi sono orientata verso le band che ascolto al momento, e quelle che non ho ancora mai visto dal vivo o potrei rivedere altre cento volte (tipo Belle and Sebastian, per dirne una). mercoledì 15ore 21 - Voxtrot + Of Montreal + Serena Maneesh @ Emo's Main Room ore 23 - Belle and Sebastian + Mogwai @ Stubb's ore 24 - Why? @ Emo's Annex ore 1 - Art Brut @ The Parish giovedì 16
ore 12 - South By Stereogum ore 21.30 - MORRISSEY @ Austin Music Hall (tipo che alle 5 esco dal party di Stereogum e devo scapicollarmi a prendere un posto) ore 23 - Calla @ Club De Ville oppure Two Gallants @ The Parish ore 24 - Chin Up Chin Up @ Emo's Junior ore 24.30 - Islands @ Emo's IV ore 1 - Clap Your Hands Say Yeah @ Eternal venerdì 17ore 14 - Insound Party con un mucchio di band fighe che però non ho capito se suonano o portano solo la loro bella faccia. ore 21 - Black Heart Procession @ La Zona Rosa ore 22 - The Boy Least Likely To + Love Is All @ Elysium ore 22.15 - Ariel Pink + Animal Collective @ Fox and Hound ore 1 - Tapes'n Tapes @ Latitude 30 sabato 18 dalle ore 21 alle ore 1 - Secretely Canadian Showcase @ Emo's Annex (questo me lo becco intero) domenica 19si torna a casa. In questi giorni resto cablata, quindi magari riesco a fornire qualche gossip o impressione in presa diretta - tipo: Morrissey...è Dio....è fighissimo...ora devo andare...ho altri quarantacinque show nei prossimi novanta minuti. Resto dunque disponbile per comunicati e suggerimenti email, se ce ne sono. E' tutto talmente cool che mi è venuta istantaneamente la gastrite.
martedì, 14 marzo 2006
the best man (è una lunga pippa mentale, siete avvisati)
 Ho ricevuto un educazione religiosa piuttosto rigida: sono andata dalle suore per otto anni della mia vita e per otto anni andare a messa, per me, è esistito solo nella dimensione in cui implicava saltare ore di lezioni tediose oppure svegliarsi alle nove la domenica mattina, cosa che ho sempre sentito come ingiustizia profonda, dato che volevo dormire e pensavo che Cristo sulla croce non sarebbe morto ancora una volta se anzichè alle nove fossimo andati in chiesa alle undici. Negli anni ho lottato per non odiare il cattolicesimo e, cosa molto più ardua, per restare in qualche modo legata ad una parte mistica che volevo svendere in cambio di una visione delle cose che non mi fosse imposta dall'alto. Ed il punto era proprio questo: c'era l' alto, ed erano le suore con le loro sottane rigide e la loro maniera viscida di strofinarsi le mani sotto la cattedra - nel loro sguardo vacuo e sadico non ho mai visto il cielo; soltanto il riflesso grigiastro delle aule ed il marrone consumato dei crocifissi appesi sopra la lavagna. Poi c'era l' Alto. Quello era impossibile da decifrare, impossibile persino da immaginare. Mi ha sempre fatto schifo livellare queste due altezze. Da un lato, le monache si riempivano la bocca di Dio. La semplice parola suonava esausta, mentre cercavano di piazzare l'insieme più intoccabile di contraddizioni da qualche parte tra le nuvole. Si poteva "chiamare", Dio, ma stava a Lui rispondere, non era mica detto che lo facesse. Era lontano ed era grande, immenso, imperscrutabile. Era troppo alto per essere raggiunto. E più Lui era alto e più noi dovevamo farci bassi, più bassi, in ginocchio sui ceci (fuor di metafora). Ogni tentativo di avvicinare Dio era necessario e doveroso, ma necessariamente, doverosamente vano. Dall'altro lato, leggendo il Vangelo leggevamo del Signore. Era un signore come gli altri, poteva anche vivere nelle porta accanto ed avere la faccia del vicino in pantofole o poteva essere il panettiere che ci vendeva la focaccia a merenda - nella s minuscola, miracolosamente, poteva sempre nascondersi la S maiuscola. Dovevamo vegliare perchè il Signore non era alto, era l'Alto, anzi, l'Altissimo che scendeva dal trono e si mescolava alla gente. Ubiquo. Luminoso. Buono. Il Signore rispondeva sempre, nel proprio cuore. Con Lui, si poteva essere amici. Non avere segreti. Ho ritrovato la stessa duplicità tra Dio ( God) ed il Signore ( The Lord) nella musica di Sufjan Stevens. Nelle canzoni di Sufjan Dio è una voce (come in The Transfiguration) tonante, biblica, persa tra le nuvole. In altre parole, è il Verbo. Senza corpo. Qualcosa che si avvicina, ma non si può vedere; qualcosa che, precisamente, cade dall'alto, in maniera ineluttabile. Imprevedibile. Una non-presenza sempre suscettibile di perdersi, che sparisce al doppio della velocità con cui si fa trovare. E che a volte si nega del tutto, come succede in Oh God Where Are You Now?, un inno alla caduta, al falling from grace dell'uomo qualunque, ovvero dell'uomo cristiano per antonomasia, rimesso ad una potenza maggiore. Detto questo, a preponderare largamente nei (magnifici) testi è Il Signore. Seven Swans è davvero pieno di esempi, anche se sicuramente l'espressione più compiuta di questa concezione dinamica di Cristo è quella della title-track, nella quale l'Irrangiungibile scende letteralmente dal piedistallo per rincorrere chi tenta di ignorarlo. Il suo è un atto di amore. Qualcosa di ancora più forte sotto un certo punto di vista, è un gesto genuinamente appassionato: Sufjan scrive come un fanatico, un invasato di quelli che se suonassero alla mia porta di pomeriggio si prenderebbero anche un buon numero di bestemmie, è vero. Scrive come se fosse in estasi e credo che tutti gli arrangiamenti, progressivamente full sound, di Swans vogliano convenire la medesima sensazione di ascesa e di rapimento. To Be Alone With You arriva quasi al desiderio (tutto cristiano) di martirio masochistico - si farebbe a nuoto il lago Michigan, darebbe via il suo corpo, pur di restare solo con Lui. Ancora una volta, per amore. Credo che Illinoise rappresenti la maturazione di Sufjan come musicista, ma soprattutto rappresenti una sorta di messa a punto di quella stessa concezione del Signore, entità ultraterrena, ma manifesta dell'Alto. La storia e la mitologia americana traslano metaforicamente la Presenza trovandogli una collocazione concreta, totale ma allo stesso tempo discreta. E sana. In Chicago la Sua presenza benigna ed ubiqua spinge il carro degli avvenimenti, ed ancora in un mostro come John Wayne Gacy Sufjan vede riflessa la sua stessa umanità, che è l'umanità ecumenica e positiva che porta con sè tutti quelli che, secondo me, sono i migliori valori della cristianità. Il simbolismo calligrafico di Seven Swans si apre, gettando una luce radicalmente diversa sulle piccole cose che procedono come un piano preordinato in grado di amalgamare tutte le emozioni. Nemmeno la morte, con tutta la sua sacralità, cancella il desiderio profano suscitato del bacio sul collo schioccato da Casimir Pulanski, prima che se ne vada a piedi nudi nella notte pregando di non essere seguita. Nemmeno l'epifania di un UFO che si palesa dall'alto, cancella il dubbio. Io non lo so se la musica di Sufjan possa effettivamente chiamarsi Christian Rock, ma so che vorrei che quelle suore avessero avuto anche un briciolo della religiosità espressa in Illinoise. E mi sembra singolare che in un momento in cui la nozione (fisica) di "indie" si allarga a macchia d'olio fino a diventare scivolosa e instabile, sia la Scintilla dentro Sufjan Stevens a rivelare la stoffa di cui è fatto il talento, e di cui sono fatti i capolavori. # Seven Swans# They Are Night Zombies!! They Are Neighbors!! They Have Come Back From The Dead!! Ahhhh!" now!
venerdì, 10 marzo 2006
snow song- almeno stamattina non c'è la tempesta che ci aspetta. - no, ma guarda fuori.  lorna - snow song
giovedì, 09 marzo 2006
nothing is the new everything
Sono le nove di sera, circa. E' domenica. Olympia è un pò più deserta del solito e le distanza americane tra un posto ed un altro si allungano a dismisura mentre mio padre mi cammina molto lentamente di fianco. Non so se cammina così piano perchè, come succede anche nelle migliori famiglie, sta invecchiando; lui dice che i suoi passi si accorciano quando non c'è una meta da raggiungere, quando camminare vuol dire passeggiare. Io gli tengo il braccio sotto il braccio, come sempre da quando sono piccola. E lui come sempre indossa il suo trench beige troppo grande e troppo lungo, una cravatta, un completo scuro e gli occhiali di osso da cui la sua figura, per me, è inseparabile. Il porto di Olympia si chiama Puget Sound. Non so perchè. Non ho mai chiesto. Puget Sound è il punto dove la città incontra l'oceano con tutta la calma che è concessa ad un paese americano. La marea bisbiglia instancabile sul molo e quando si alza lascia cocci di conchiglia su tutte le pedane. Io e mio padre passeggiamo sul molo pestando gusci e guardando in fondo, nel buio, la sagoma delle montagne che recintano l'orizzonte mentre tutte le luci frastagliate emergono dal garage acquatico per le barche dell'elite cittadina. La voce di mio padre, la mia, ed il rumore dei frammenti di conchiglie sotto le nostre scarpe cadono nell'aria in sincrono con il metronomo acquatico.
- ma di specifico, cos'è che fai? Non credo di averlo capito. - un po' di tutto. All'inizio ho mandato un po' di dischi in Italia, ma le uscite sono poche ed i soldi ancora meno, quindi ora mi occupo soprattutto di contabilità. - in che senso? - calcolo i profitti delle vendite degli mp3 online. - ma perchè, si comprano? - si. - ed il mercato è ampio? - ah! è troppo ampio. Ormai. E' saturo. Il mercato della musica indipendente, dico. Sono cambiate le tecnologie, si sono evolute. In questa città quattro su cinque individui suonano in una o più band dal nome spesso quantomeno ridicolo. Sai, basta un pc, sapere suonare almeno il fischietto, avere un paio di cd-r. Mi rendo conto che siamo ad uno stadio di iper assorbimento, l'ho visto seguendo l'esplosione degli m-blogs, che bene esemplifica fino a che punto la scoperta di uno si allarghi alle migliaia. Qualche tempo fa postare un mp3 "illegale" era impensabile: adesso non solo sono nati software gratuiti specificamente dedicati all'uploading, ma si sono rivelati un dispositivo fondamentale alla promozione delle realtà più piccole, a costo zero. E chiunque, virtualmente, adesso può possedere un m-blog. I blog senza mp3 sono come i dinosauri: destinati a estinguersi. - ho capito. E' tutto direttamente proporzionale: crescono le band, crescono i blog musicali. E crescendo i blog musicali cresce anche il numero delle band perchè costi di produzione e di promozione si azzerano. Quindi c'è solo profitto. Se mai c'è. - non tutto è direttamente proporzionale: ad esempio, la "mortalità" di una band è altissima. E' il momento dei dischi-preservativo. E' come un baby-boom, con l'eccezione che sopravvivono pochissimi. - una specie di deflazione. - eppure la faccenda è controversa. Ad esempio, almeno credo, la democrazia del mezzo e la proliferazione di un miliardo di piccole realtà frastagliate che nascono con il desiderio di fare musica nonostante i molti contro è decisamente "indie". E l'entusiasmo, la voglia di condividere e diffondere, ascoltare e cercare fino ad avere le orecchie sanguinanti, anche quello lo è. Quindi in qualche modo lo stadio che stiamo passando assomiglia ad una specie di iper-indie. A volte però ho la sensazione che la saturazione del mercato e la deflazione, come dici tu, rendano necessaria una nuova etica: in un momento in cui sembra davvero che l'eccesso di contenuti ne renda impossibile o semplicemente vuota la fruizione, credo sia necessario, o etico appunto, sottrarre piuttosto che aggiungere. - sono d'accordo. - lo vedo, ancora, col mio blog: a che serve postare il centesimo mp3 della centesima band che mi emoziona al 30%? Mi sembra innaturale. E del resto non ho la presunzione di pensare che la gente abbia voglia di leggere ogni giorno sempre dello stesso disco o di quel disco che quell'altro blogger ha già ampiamente discusso. Devo avere davvero qualcosa di rilevante da dire. Altrimenti preferisco non scrivere niente. Anche se è frustrante pure quello, mi fa sentire in colpa, come se non avessi fatto i compiti. - ehi me lo apri anche a me, un blog? - e che vuoi scriverci? - boh.
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